| La lacrima dell'angelo |
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Casa editrice Ibiskos Ulivieri - Empoli. Aprile 2010.
Isabella pare abbia amato o sia stata almeno in rapporto poetico-epistolare con il poeta spagnolo Diego Sandoval de Castro. Poi i fratelli di lei, ignoranti e rozzi al suo cospetto, per difendere l’onore della famiglia, contraria anche per tendenza politica, la pugnalarono, così come uccisero successivamente il poeta e chi li teneva in collegamento. Pare che ancora il fantasma della ragazza del 500 si aggiri nel castello di Valsinni, situato sulla rupe, nell’estrema propaggine della Basilicata, ai confini con la Calabria. Una storia di poesia e d’amore, di tragedia e di dolore, che tanto ha colpito il nostro Castronuovo, poeta proprio di origine lucana. Tramite la sua lirica, dedicata alla splendida fanciulla di origine normanna, colta, sensibile, inquieta e disperata, ambientata in quell’epoca remota, in quella terra arcaica, allora clima ostile, ricca di storia, ma anche di preconcetti, d’immobilità, di miseria e di stenti, legata a superstizioni, delitti d’onore, faide politiche, formule magiche, ci conduce alla sua amata medre-terra, terra di sole e di vento, di nuvole e di stelle, di sassi, di selvaggi panorami, di fiumare, di colline petrose, di borghi antichi. Terra dove domina la maestosità della natura, dove puoi trovare serpenti e buoi, corvi e falchi, ma anche rondini, pettirossi e usignoli. Una provincia del sud, amara, desolata, dignitosa e fiera, tra il basso Sinni, che scende verso il mare. “In quell’estremo lembo della Basilicata” come affermò pure Benedetto Croce. Il filo della nostalgia e del ricordo, oggi da Modena (provincia nella quale risiede il poeta) lo riconduce al “suo” Pollino, dove il pino loricato ancora cresce sul massiccio, dove i colli sono di pietra, ma dove esistono anche vigne, melograni, peschi e mandorli, fiori e ciliegi. Dove puoi trovare i vecchi saggi addossati ai muretti dei borghi e dove le donne urlano dal dolore e interrogano le nuvole per fare la pasta, ma poi ti offrono una focaccia buonissima, con un filo d’olio e un bicchiere di vino. Là la gente è mansueta. Mi sovvengono i “vinti” siciliani del Verga nei Malavoglia. “Stringevo tra le mani un sogno e non l’ho riconosciuto…” L’ha raggiunto davvero in un mondo in cui il fuoco non è più quello caldo e rassicurante del camino domestico o del fabbro, artigiano del tempo passato, ma è quello apocalittico dell’11 settembre. Cosa ci ha donato il progresso? Tutto e niente – lusso, consumismo, terrorismo, falsità, odio, egoismo. Non si conoscono più le anime, ma le apparenze. La gente della Lucania aveva sì “la pancia vuota e le scarpe grosse” e “bestemmiava per dire una preghiera” ma era vera, autentica, profonda. “Avevano” lo sguardo cattivo “ma l’anima” era “buona” La delusione di Rosario è grande, ma sempre perde, se gli “tocca il cuore”. E’ forte la nostalgia del suo amato meridione, degli ineguali che con il loro canto poetico paiono ricondurlo, tramite il vento, alla propria casa lucana, dove ad aprire la porta c’era sua madre, con un sorriso. L’altro sole dei suoi ricordi. Giochi di bambino, fili di luce delle donne che lavorano a maglia o all’uncinetto. Ecco la magia e il cavaliere che ritorna fanciullo. Anche l’angelo piange. Tutto pare sfumare nella speranza vera di un dolce ritorno, nel ricordo del miagolare dei gatti in amore, delle lucertole, del ragno. Un brivido nella nebbia d’autunno. Ma su tutti rimane la struggente immagine che pare apparire e svanire nella luce fioca, quasi un angelo. Pare il volto dolce, triste della scapigliata di Leonardo, quasi un essere irreale che crea mistero, magia, incantesimo, leggenda, poesia, Con quanto amore, con quanta tenerezza Castronuovo ci parla delle donne: la madre così amata, la dolce isabella, il ricordo di amori lontani e le fiere, composte, dignitose donne del sud. Il poeta condivide le lacrime di chi ha sofferto nei secoli remoti. Oggi forse si soffre di meno, ma gli emigranti come lui, continuano segretamente a soffrire, Non più per fame e di stenti, ma per nostalgia. Si è creato quasi una frattura tra i desideri d’origine e la realtà attuale della Lucania. Difficilmente chi parte, riesce a tornare. Ma il cuore è fermo là, su quelle immagini crude e meravigliose, sacrali, catartiche, di forti cromie, sulle onde del passato, così presente, anche se lontano. Le primavere riesplodono come carnose labbra rosse e i progetti e i sogni, anche se solo illusioni, sonori compensati dalla poesia che ancora una volta sale. Dona le ali. Chiunque può essere l’angelo, “la briciola di Dio” che piange, la cenere che il fuoco ha lasciato, ma che il vento trasporta ovunque. L’autore ci ha saputo trasmettere le sue forti emozioni, ci ha portato giù con lui, nella sua terra d’origine che ora anche noi sentiamo d’amare profondamente, con la sua lirica tuttavia, a tratti ermetica, libera e sincera, lirica che sa parlare dell’anima e, soprattutto, al cuore. Prefazione e copertina di Silvia Ragazzini Martelli.
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“Torbido Siri, del mio mal / superbo, or ch’io sento di presso / il fine amaro, fa tu noto il duolo al padre caro / se mai qu’il torno il suo destino acerbo…” (Isabella Morra, poetessa del rinascimento, figlia del Barone di Favale, odierna Valsinni, nata nel 1520 e deceduta tragicamente nel 1546.)
