|
Casa Editrice Menna - Avellino. Settembre 2005.
Premio Isabella Morra 2006
…ho visto piangere mia madre; non mi ha guardato in faccia, così si fa con i traditori.
Rosario Castronuovo, si confronta in “Almeno torni il vento”, con il linguaggio della quotidianità, con il linguaggio della sua infanzia, con quello che è stato e sarà. E’ il dialogo di un uomo che torna alle origini e di un altro che non è mai andato via, o almeno, non in modo così radicale, così definito. Ed è scontro di idee, scontro di luoghi: “di nascita, d’adozione, di riparo e rifugio”, ma anche la consapevolezza che ci sarà sempre il filo che unisce il tempo alla terra e la terra all’uomo. E arriva il momento in cui l’autore sembra volerci indicare un punto preciso, la condizione ideale per essere ancora “corpo” di noi stessi /- La mia vecchia casa ha porta grande ”porta” come “portare” ma anche l’invito ad entrare, a “fare parte di noi” a dividere innumerevoli altre volte il già diviso. Ed è significativa questa condivisione, così disperatamente “allargata” che perfino “i non paesani” possono entrare … ha porta grande.
“Almeno torni il vento”, tempo e memoria e sogni destinati a rimanere tali se non si ha la fortuna di potersi illudere… si amano,/ bruciano anni/ nei jeans e negli anfibi/ eppure vivono. E allora lasciamo vivere chi ha ancora la capacità di sognare. Ancora: la “vita” per Rosario Castronuovo sembra essere con piedi fermi ben posati alla terra – Non sono più il ragazzo / che guardava il cielo / in tutte le ore… - ma con queste parole ci mostra anche “la radice di un sogno”, la certezza di dover continuare – Sono il sarcinale, / anima della quercia antica. – per avere speranza di essere pietra d’angolo. Si rinnova, quindi, il profondo “io”, insieme alla capacità di leggersi sino alle proprie radici, sino ad individuare la grande mano che saprà e vorrà ricucire lo strappo avvenuto tra il presente e il passato, fra “il luogo di origine e quello della fuga”: questo, forse, asciugherà le lacrime di chi ha pianto perché si è sentita tradita, abbandonata, senza capire che l’uomo si era allontanato per un attimo, era solo uscito per prendere un caffè e dare un saluto agli amici… ho visto piangere mia madre; non mi ha guardato in faccia, così si fa con i traditori.
Non mi è stato difficile essere in sintonia con l’autore, in questi versi ho trovato parola dopo parola la poesia, e più di una volta, nella lettura di “Almeno torni il vento”, ho pensato che questi versi m’appartenessero. Credo sia notevole merito riuscire a coinvolgere intimamente il lettore. Questa raccolta di poesie colpisce soprattutto perché non c’è la tragedia che i sogni restino orfani della notte, neppure che i colori sbiaditi debbono per forza “essere ridipinti” con l’azzurro più intenso. In fondo i disegni dei nostri desideri resteranno intatti, anche se “il male di vivere” ci sorprenderà non contenti anche se al sole come lucertole.
Antonio Nesci
2006 - Primo classificato in occasione del Concorso nazionale di Poesia in lingua italiana “Isabella Morra”, Valsinni (MT), promosso dall’Associazione Magna Grecia lucana di Torino.
2006 - Finalista d’onore alla Settima edizione del Premio nazionale di Poesia, narrativa e teatro “Il Simposio”, Buccino (SA).
2006 - Finalista al premio letterario "Ignazio Silone", Parma.
|